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Ecco allora che le grandi stampe digitali ma di ambiente mitologico-arcadico di
Genia Chef (Russia) si legano alla pittura degli "anacronisti" italiani
Alberto Abate e Ubaldo Bartolini portati alla ribalta da Italo Mussa agli inizi degli anni Ottanta.
La forza visionaria dei corpi dipinti dell'argentino londinese Ricardo Cinalli
dialoga con i lavori del franco-belga Jean Rustin che negli anni Settanta abbandonò radicalmente la pittura astratta per riprendere la figurazione e trattare soprattutto il tema della solitudine; contrastando fino a un certo punto l'ironia costruttiva-decostruttiva delle sculture movibili di
Bruno Chersicla che implicano l'impossibilità dell'identità intera, o la declinazione tecnologica di un'identità non sostenibile uomo VS natura del videoartista
Fabrizio Plessi.
Ma gli stessi lavori hanno anche 'viscosità' con il senso di inanità che pervade le scene di realismo della statunitense
Katherine Doyle o con gli inquietanti "ritratti dello spirito" a base fotografica dell'inglese
Marc Wayland.
Da questi ultimi si passa con grande coerenza ai film animati disegnati quasi monocromi da
Qiu Anxiong, del movimento cinese Chengdu, che riassembla storia e realtà in paesaggi fantastici, o alle presenze luminose e sfocate dei paesaggi galleggianti nella tecnologia avanzata di
Davide Coltro, mentre le magistrali transmigrazioni digitali del greco
Viktor Koen, le metamorfosi scultoree policrome dell'italiano
Paolo Borghi assieme alle tele dense di passato del grande bosniaco
Mersad Berber tentano di ri-raccontare il fluido riflesso dell'archetipo, quasi in una visione che non ci appartiene più per la fretta della nostra inquieta superficialità quotidiana.
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