MEDITAZIONE SULLA REALTA'
di Edward Lucie-Smith

 

Questa non è una mostra dedicata all'arte 'realista'; basti osservare alcune opere presenti nell'allestimento. Si tratta invece di una mostra che invita lo spettatore a riflettere sulla propria visione della realtà. La riflessione filosofica sulla natura del realismo nell'arte iniziò relativamente tardi nella storia della pittura e della scultura occidentali. La molla fu l'invenzione della fotografia: quando Louis Daguerre presentò il suo nuovo procedimento nel 1839, molti pensarono che a tempo debito l'artista figurativo sarebbe diventato superfluo. Questa analisi fu particolarmente forte nei paesi protestanti, quali la Gran Bretagna, in cui all'epoca imperversava un revival religioso che trovava le sue radici, tra l'altro, nella reazione di John Wesley contro il torpore e la corruzione della Chiesa anglicana ufficiale e nell'orrore suscitato dagli alti costi umani della rivoluzione industriale.

Da sempre il protestantesimo ha posto l'accento sulla relazione personale con Dio del credente. La fotografia sembrava offrire alla divinità una nuova via per manifestarsi direttamente, certamente attraverso mezzi meccanici, ma in ultima analisi senza alcun intervento umano. Quando l'inventore inglese, William Henry Fox Talbot, annunciò un procedimento che rivaleggiava con quello ideato da Daguerre, in quanto permetteva di tirare su supporto cartaceo copie multiple di un'immagine fotografica, pubblicizzò la scoperta con un libro intitolato La Matita della Natura.

Ben presto la pratica della fotografia dimostrò che ogni buon fotografo aveva uno stile personale ben riconoscibile, ma rimase l'idea che i fotografi definivano gli standard di ciò che era effettivamente realistico e che le immagini, indipendenti dalla fotografia, non contavano. Questa cesura percettiva continua a pervadere il mondo dell'arte ancor oggi, non ultimo perché la fotografia e i suoi derivati, quali i video, sono diventati la lingua franca della comunicazione visiva, utilizzati in circostanze che sono prive di qualsiasi forma di intenzione artistica.

La nascita della Pop Art negli anni '60 ha reso la situazione ancora più confusa. In primo luogo, ha abbattuto le barriere che erano state erette agli inizi del XX secolo tra l'arte e ciò che era venuto a svilupparsi come 'arte fotografica' , una categoria totalmente separata. In secondo luogo, tendeva a chiedere allo spettatore di focalizzarsi non tanto sul soggetto reale di un'immagine figurativa, ma piuttosto sulle modalità di codificazione di quell'immagine. Buon esempio di questo spostamento di percezione sono i quadri di Roy Lichtenstein basati su fotogrammi ingranditi presi a prestito dai fumetti. In ragione delle limitazioni imposte dai processi di stampa ad alta tiratura, le strisce dei fumetti avevano sviluppato uno sorta di stenografia visiva basata su contorni marcati e aree puntinate, utilizzate per ottenere un effetto di modellazione. Lichtenstein riutilizza queste convenzioni per chiedere allo spettatore in che modo quest'ultimo elabori effettivamente queste informazioni visive. Avvalendosi di un procedimento serigrafico volutamente grossolano e impreciso, il rivale di Lichtenstein, Andy Warhol, ha perseguito intenti analoghi.

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